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La Parola di Dio...
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Le tre funzioni principali della parola
Le tre funzioni principali del linguaggio umano:
a) la prima, in rapporto alla natura, al mondo, alla storia, è l’informazione;
b) la seconda, in rapporto a se stessi, è l’espressione;
c) la terza, in rapporto agli altri, è l’appello.
Queste tre funzioni non si trovano, nella realtà del linguaggio, allo stato puro, sempre ed esattamente distinte l’una dall’altra. Per lo più esse «funzionano avvinghiate, reciprocamente condizionate; quel che possiamo fare, di fronte ad una unità di linguaggio, è distinguere il suo carattere di simbolo (informazione, rappresentazione), di sintomo (espressione dell’interiorità), di segnale (appello ad un altro).
Le tre funzioni della parola nella loro specificità, risultano determinanti per comprendere la Parola di Dio nella Bibbia, che spesso abbiamo impoverito riducendola a “informazione”. Dio ha assunto la parola umana nella totalità e integrità delle sue manifestazioni.
a. La parola è «informazione»
La parola informa su fatti, cose, avvenimenti, impiegando di solito un verbo all’indicativo e alla terza persona. Delle tre funzioni, questa è la più oggettiva ed è propria soprattutto della scienza, della didattica, della storiografia.
Nel linguaggio delle scienze esatte, pur essendovi interessate anche le funzioni di “espressione” e di “appello”, è il valore oggettivo dell’informazione che prevale. Il linguaggio si fa qui formulario tecnico e rigoroso, al quale solo gli “addetti ai lavori” hanno accesso.
Anche nel linguaggio della didattica prevale l’obiettiva informazione; ma ogni docente sa bene di non poter prescindere da quella decisiva dimensione “formativa”, quindi interpersonale, che ogni insegnamento deve porre in atto. La funzione didattica o dottrinale della parola, con la sua buona dose di linguaggio “tecnico”, è fondamentale nella stessa Rivelazione biblica. Pur nel più ampio e ricco contesto di parola interpersonale ai fini di una comunione di vita, essa possiede il dato obiettivo di verità rivelate, offerte all’assenso intellettuale. Infine, il linguaggio della storiografia, dove il «raccontare» non può esaurirsi nel puro resoconto dei fatti e degli avvenimenti (= cronaca), ricuperati con una rigorosa critica storica, ma deve assumerli e proporli nella loro interiore intelligibilità, nel loro significato, nei loro collegamenti, nella loro finalità. L’autentico storico non prescinde, nel suo lavoro, da una certa dose di soggettività positiva: la parola, che dà vita al fatto narrato, è “sua” (espressione) e chiama in causa il lettore (appello).
b. La parola è «espressione»
Ogni uomo che parla si esprime, dice qualcosa di sé sempre, anche quando non coniuga verbi alla prima persona. Un viso del tutto inespressivo non sarebbe più un viso umano. Una parola, che non esprimesse più nulla dell’intimo essere di colui che parla, sarebbe l’anticamera della morte. Anche per comunicare, anche per “informare” l’uomo deve in una qualche misura ex-primersi, vale a dire mettere in moto il suo essere, rischiare l’uscita da sé, disporsi a un pur minimo smascheramento della sua interiorità.
Ci sono tuttavia situazioni-limite nelle quali la dimensione “espressiva” della parola primeggia. Così tutte le varietà del grido, esprimenti in mille modi sorpresa, gioia, paura. Così le confessioni, quando l’innamorato non può impedirsi di gridare la sua felicità, il convertito la sua fede, il perseguitato e l’oppresso la sua disperazione. Così il mondo multiforme della lirica e della poesia, là dove il poeta vive l’eterno dissidio del coniugare il linguaggio comune, necessario per comunicare, con la parola “nuova” che va e captare le mai totalmente sondabili ed esprimibili risorse dell’essere, quello originale e creativo della persona, quello fecondo della natura, della vita e della storia.
c. La parola è «appello»
L’uomo parla “il” mondo, ne fa emergere l’essere e il divenire, ma non parla “al” mondo. La parola umana, per sua natura, cerca l’altro, ha la passione dell’altro, perché l’uomo è “relazione”. Ancora una volta l’Adamo biblico è emblematico. Egli dà un nome agli animali, ma non parla agli animali; creato per «essere con» l’uomo cerca un «tu» che gli sia simile (Gen 2, 18), un «tu» capace di capire e di accogliere l’interiore esigenza di donarsi liberamente. Egli vive per incontrare e comunicare, vive di incontro e di comunione. La parola è il trait-d’union per eccellenza tra l'«io» e il «tu», originale principio di ogni rinnovata comunione. La funzione “appellativa” della parola primeggia in alcune tipiche forme letterarie, quali la «chiamata», la «vocazione», il «comando», ecc. Ma, in fondo, è nascosta dentro ogni parola, persino nelle forme più pure di espressione. Il solo rompere il silenzio, fosse pure con un grido d’angoscia o mediante un canto senza parole, è sempre un indirizzarsi a qualcuno, prenderlo a testimone, chiamarlo. Persino il rifiuto più netto e consapevole della comunicazione implica, nel fondo, la nostalgia della comunicazione come valore, nasconde la ricerca di una comunicazione autentica.
Il linguaggio dell’amicizia e dell’amore È nel linguaggio dell’amicizia e dell’amore che la triplice funzione della parola sopra descritta trova la sua più alta sintesi. Salva l’individualità irripetibile dell’io e del tu, attraverso una sempre più libera comunicazione e in vista di una più profonda comunione di vita e non solo di idee, amici e sposi si parlano e trovano nel mistero della vicendevole parola la sorgente pura del loro dinamico coesistere.
Nell’amicizia e nell’amore, lo stesso dilemma tra “espressione” e “comunicazione” si avvia faticosamente ma realmente a risolversi. Nell’incontro amicale con l’altro l’amico non teme di compiere la tremenda fatica di liberare il senso segreto del suo Essere. E, dopo aver comunicato liberamente il suo io ed averlo offerto al libero accoglimento dell’altro, l’amico può ricominciare l’itinerario mai definitivo della scoperta di sé e dell’altro, della reciproca comunicazione, del vicendevole accoglimento.
Nell’amicizia e nell’amore, anche l’obiettività dell’informazione e l’esatta precisione dei termini perdono di peso di fronte alle ulteriori possibilità che si aprono all’espressione e alla comunicazione interpersonali. Mezze-parole, allusioni, silenzi, sguardi, possono dire molto di più che non le molte esattissime parole. In questo stare l’uno “di fronte” all’altro, la magia della presenza si aggiunge all’efficacia propria della parola e carica di incantesimo la pur minima parola.
Nella parola dell’amicizia e dell’amore, «ciascuno dona all’altro l’ospitalità essenziale, nel meglio di sé; ciascuno riconosce l’altro e riceve da lui quella stessa riconoscenza, senza la quale l’esistenza umana è impossibile». Torna alla memoria l’elogio che S. Agostino fa dell’amicizia: «Due cose sono necessarie in questo mondo: la vita e l’amicizia. Dio ha creato l’uomo perché egli esista e viva: ecco la vita. Ma perché l’uomo non sia solo, l’amicizia è pure un’esigenza della vita»; (Sermone 16,1) e ancora: «Se non abbiamo amici, nessuna cosa in questo mondo ci apparirà amabile» (Lettera 130,2.4).
Nell’amicizia e nell’amore, il “noi” della comunione può avere l’ampiezza dell’intero universo, tutto può trasfigurare e rinnovare. Il mondo sorge come «nuovo spazio che non è semplicemente “dato” ma nasce come “funzione” (e ambito) della libera autodonazione […]. La nostra presenza nel mondo, anche il nostro prossimo, coloro che da lungo tempo conosciamo, si cambiano alla luce dell’amore» (Boris L. Il Dio presente, Queriniana, Brescia, 1968).
Infatti, nell’amicizia e nell’amore accade una pregustazione anticipata del Tutto dell’Essere, del compimento definitivo. Potremmo dire che l'«io» e il «tu», diventati «noi» nell’amicizia, toccano l’invisibile e intoccabile «Tu» divino.
