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Riflettiamo - Dott. Giuliano Franzan

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Dott. Giuliano Franzan
Teologo - Psicologo - Sessuologo - CTP
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Riflettiamo

Il perdono nel Nuovo Testamento...
Se guardiamo alla nostra vita di tutti i giorni, ci accorgiamo che la fatica più grande non è legata alle cose materiali, ma alle nostre relazioni. Sperimentiamo continuamente la gioia dei legami, ma anche la ferita del tradimento, il peso del rancore e la difficoltà di rimettere in sesto ciò che si è spezzato. Vorrei proporvi un discorso semplice e lineare per riscoprire il cuore del messaggio cristiano: una rivoluzione che guarisce le nostre ferite partendo da un dono incondizionato che viene dall'alto.
Per capire questa rivoluzione dobbiamo metterci in ascolto dell'apostolo Paolo, che per descrivere il nostro rapporto con Dio usa un termine tecnico: la giustificazione. Nei nostri tribunali, giustizia significa "dare a ciascuno il dovuto" secondo meriti o colpe. Ma per Paolo la giustificazione non è un concetto giuridico freddo: è l'azione con cui Dio ci rende "giusti", ovvero ci reintegra in una buona relazione di amicizia con Lui.
Di natura nostra, l'essere umano sperimenta una sorta di distanza nei confronti di Dio; manca la fiducia intima, manca la confidenza. Di fronte a questo vuoto, la nostra reazione naturale è cercare di colmarlo con le nostre forze, provando a "guadagnarci" l'amore di Dio. È la tentazione del merito, che Paolo ha combattuto duramente nella Lettera ai Galati per correggere una grave crisi. In Galazia erano giunti predicatori secondo cui, per salvarsi, non bastava credere in Cristo, ma bisognava osservare rigidamente tutte le opere esteriori della legge di Mosè, come la circoncisione e il sabato.
Paolo risponde con parole di fuoco: non sono le "opere della legge" – cioè i riti formali e i precetti esteriori – a metterci a posto con Dio. La buona relazione con il Padre non si compra e non si conquista. Pensare di potersi salvare da soli rispettando delle regole significa annullare la croce, ritenendo che Cristo sia morto invano. La giustizia di Dio, infatti, non è una scalata dell'uomo verso il cielo, ma è Dio che scende a cercarci. È un dono gratuito che si accoglie unicamente attraverso la fede.
Ma che cos'è questa fede? Paolo usa un'espressione straordinaria: la "fede di Gesù Cristo". Questa formula non indica solo la nostra capacità di credere, ma si fonda sull'atteggiamento filiale di Gesù stesso, sulla sua totale fiducia, dedizione e obbedienza al Padre. Credere significa poggiare la nostra vita traballante sulla solidità incrollabile della sua relazione con il Padre. Quando ci uniamo a Gesù, è la sua vita che fluisce in noi: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». Siamo figli nel Figlio, amati di un amore che non si deve meritare.
Questa corrente di grazia verticale si riversa sul piano orizzontale, trasformando il modo in cui trattiamo gli altri. È qui che incontriamo l'insegnamento di Gesù sul perdono.
Nel Padre Nostro, Gesù ci insegna a pregare con parole provocatorie: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». È interessante che l'evangelista Matteo scelga la metafora del debito anziché quella del peccato. Il peccato è la colpa commessa, mentre il debito è la sanzione che scatta e che esige una pena per ristabilire la giustizia. Chiedere il condono dei debiti significa riconoscere che davanti a Dio siamo tutti insolventi; eppure, il Padre ci condona tutto gratuitamente.
Tuttavia, Gesù stabilisce una condizione: il perdono di Dio è legato alla nostra disponibilità a perdonare gli altri. Non perché Dio sia un contabile che misura il suo amore, ma perché l'agire del Creatore e quello della creatura costituiscono un'unica dinamica inseparabile. Chi accoglie la misericordia divina e poi stringe alla gola il fratello per un debito modesto – come il servo spietato della parabola – si esclude da solo da questo flusso di grazia.
Ecco perché Pietro, cercando una regola comunitaria, chiede a Gesù se sia sufficiente perdonare fino a sette volte, pensando di essere estremamente generoso. Ma Gesù risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settantasette volte», o «settanta volte sette», cioè sempre. Il perdono cristiano non ha un soffitto, non ha calcoli commerciali; è uno stile di vita illimitato che scardina ogni logica umana di pura retribuzione.
Troviamo il volto di questa misericordia nella parabola del Padre Misericordioso. Il figlio minore, chiedendo l'eredità in anticipo, dice simbolicamente al padre: "Per me tu sei morto". Ma quando il figlio ritorna, spinto semplicemente dalla fame e non da un sincero pentimento, il padre non attende le sue scuse formali: gli corre incontro, lo abbraccia e fa festa, restituendogli la dignità di figlio. Dio ci perdona nell'istante stesso in cui pecchiamo; l'abbraccio è sempre pronto, spetta a noi allargare le braccia per accoglierlo.
A questo punto, però, dobbiamo fare una distinzione fondamentale per non cadere in equivoci: la differenza tra perdono e riconciliazione. Il perdono è un atto unilaterale ed è sempre possibile. Avviene tra me e Dio: decido di mettere ai piedi di Gesù il peso dell'amarezza e del risentimento, rinunciando alla vendetta, anche se l'altra persona non si è pentita o è lontana. Il perdono mi libera dal fardello del passato.
La riconciliazione, invece, è un processo relazionale che richiede due persone. Non può esserci riconciliazione senza un sincero pentimento di chi ha offeso, e richiede la lenta ricostruzione della fiducia infranta. Ci sono persino situazioni tossiche o pericolose in cui perdonare è un dovere, ma riconciliarsi non è possibile né salutare, e la distanza rimane la scelta più saggia.
In conclusione, il cristianesimo non è una serie di leggi pesanti che ci dicono quanto dobbiamo sforzarci per arrampicarci verso Dio. È la buona notizia di un amore che per primo ci ha raggiunti gratis. Non impariamo a perdonare stringendo i denti per uno sforzo morale, ma lasciandoci perdonare per primi, scoprendo la gioia immensa di essere riaccolti e amati senza condizioni. Solo chi sperimenta questo abbraccio del Padre diventa capace, giorno dopo giorno, di guardare gli altri con occhi nuovi e di trasformare il mondo in un luogo di riconciliazione.
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