Riflettiamo
Il canto dell'amore...

Quando Paolo nel capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi intona un inno all'amore, si colloca in una lunga tradizione. Rimanda soprattutto a precedenti greci. Evidentemente Paolo aveva avuto una buona formazione ellenistica. Che l'amore stia più in alto di ogni altra realtà, lo aveva già detto Platone: Così, mio caro Fedro, mi appare Eros: di tutto egli è più bello e migliore, e a tutti gli altri offre questo dono.
Paolo parla, comunque, non di érõs, ma di agápē. I greci hanno tre espressioni per indicare tre modi distinti dell'amore. Érõs è l'amore bramoso, l’Érõs ama passionalmente ciò di cui è privo. L'innamoramento è prodotto dalla forza dell'érõs. Philía è l'amore amicale. E contraddistinto soprattutto dalla gioia per la persona che si ama. La philía vuole per gli amici il bene, spinta solamente da amicizia. Il più alto grado dell'amore è l'agápē. E una disposizione di fondo buona, non solamente nei confronti dell'amico, ma anche del nemico; è amore di Dio e amore per Dio. Non vuole niente dall'altro o da Dio, ma ama l'altro per se stesso.
Nell'inno all'amore manca il rimando a Cristo e Paolo lascia aperta la questione se egli intenda l'amore per Dio oppure per le persone umane. Parla in generale dell'amore. L'amore è, quindi, una qualità della vita, una forza che opera nell'essere umano, che lo trasforma e lo incanta. Nello stesso tempo, l'amore è un dono dello Spirito Santo, qualcosa di divino, che rende veramente umano l'essere umano. Paolo risponde qui al generale desiderio umano di amore, che attraversa tutta la vita. Solo con l'amore ha senso vivere la vita. Nelle prediche matrimoniali spesso ci si riferisce a questo testo in modo moraleggiante. Si dice agli sposi cosa devono fare e come devono amarsi. Ciò fa nascere in loro una cattiva coscienza. Oppure si parla in modo euforico dell'amore e non si vede come lo si possa davvero realizzare. Paolo non parla in modo euforico. Desidera solo spiegare quale volto assume una vita che è guidata dalla forza dell'amore. Paolo non parla dell'amore tra uomo e donna, ma dell'amore come una forza dello Spirito. La vita di chi sente in sé l'amore è una vita riuscita, dove tutto riceve una nuova luce e un nuovo sapore.
In questo inno (1Cor 13,4-7) Paolo mostra quale qualità ha l'amore e come riesca a plasmare in modo concreto la nostra vita. L'amore è una forza che lo Spirito Santo risveglia nel cuore umano, o con l'esperienza di essere amati da altri, o con un'esperienza spirituale dell'amore di Dio. Si può designare l'amore sia come sentimento che come atto della volontà. Sembra essere una forza indipendente, che opera nel cuore umano e tocca tutte le sue relazioni: la relazione verso il prossimo, verso Dio, verso la creazione, verso le realtà della propria vita e verso se stessi. L'amore plasma il proprio pensare, il proprio sentire, il proprio volere e il proprio agire. Rende possibile una nuova qualità di vita, una nuova autopercezione. Trasforma la persona e le conferisce un proprio splendore. Anche se si riflette tanto sull'amore, alla fin fine non lo si riesce ad afferrare e a comprendere. Lo si può descrivere solamente nei suoi effetti:
L'amore è paziente, è benigno l'amore; non è invidioso l'amore, non si vanta, non si gonfia; non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L'amore non avrà mai fine (1Cor 13,4-8).
L'amore è paziente, ha pazienza, ha un cuore grande ed ampio. Può aspettare. Non è gretto. Rimane aperto all'altro, ma questo cuore ampio, “magnanimo”, non riguarda solamente il comportamento con altri. Quando ho un cuore grande, allora io mi sento diverso. Sono libero, aperto. La vita può scorrere in me. Non mi fisso mai sul negativo che percepisco in me o negli altri. Il cuore ampio è il contrario di “meschino”, di gretto, di incaponito. Si capisce da tutto l'essere di una persona se ha un cuore ampio o un animo piccolo, uno spirito gretto.
L'amore è benigno. La parola greca indica che l'amore si comporta in modo buono, giusto, onesto, indica che è salutare, che fa bene agli altri e porta loro salvezza. Una persona che è piena di amore fa bene agli altri. Ha un influsso sanante. Si sta volentieri in sua presenza. Vede il bene nell'altro e lo trae fuori. Poiché crede nella bontà che c'è nella persona, si comporta in modo buono anche con lei.
L'amore non è invidioso. La parola greca che indica l'invidia deriva dall'idea che uno brucia dentro, che va in bestia ed è scosso violentemente da questa passione. L'amore ha una qualità diversa. Emana calma ed indipendenza dall'altro. Non si irrigidisce nell'invidia per incatenare l'altro, ma lo lascia libero. Già lo scrittore greco Massimo di Tiro ha visto la libertà come il massimo distintivo dell'amore: «L'amore non ha in odio niente quanto la costrizione e la paura. E altero e completamente libero, addirittura più libero di Sparta». Chi sente in sé l'amore, è libero. Non si paragona all'altro. E contento di sé. Il suo cuore non è lacerato dalle passioni. L'amore conduce la persona a se stessa, al proprio essere. Corrisponde al suo essere più profondo.
L'amore non si gonfia. Non ha necessità di darsi delle arie, di gonfiarsi, di essere pieno di sé. Nell'amore io sono semplicemente me stesso. Mi mostro come sono. Non ho niente da nascondere. Non mi devo vantare di qualsivoglia prestazione, sono soddisfatto di me stesso, poiché io sento in me il sapore dell'amore. L'amore rende la vita degna di essere vissuta. Non ho bisogno di conferma o riconoscimento. L'amore non agisce in modo insolente, in modo volgare. Non è amorfo ed odioso. L'amore corrisponde piuttosto all'essere della persona e la rende bella. Le dona quella forma che le è adatta. Solamente chi ama è veramente una persona umana: è questo in fondo che intende dire l'affermazione di Paolo.
L'amore non guarda al proprio interesse, non cerca il proprio tornaconto. Non gira attorno a sé. Non deve affermare se stesso, poiché semplicemente esiste. Non usa l'altro a proprio vantaggio, ma serve l'altro. Non aspetta la felicità dall'altro, ma vuole renderlo felice. Non opprime l'altro per ottenere piacere, ma vuole essere una cosa sola con lui. L'amore è libero dalle continue fissazioni su stesso, che corrispondono alla paura di rimetterci. Chi è pieno d'amore ne ha abbastanza, non deve avere sempre di più.
L'amore non si fa prendere dall'ira, l'amore non rende arrabbiati, aspri, non diventa una passione troppo piena di irritazione, come un attacco di febbre. Non rumina dentro di sé nel rancore. Piuttosto ha la qualità della calma e della forza, del calore e della chiarezza. Ha il coraggio di dire all'altro che ha ferito qualcuno, che si è arrabbiato con lui. Chiarisce le incomprensioni. Prende atto delle aggressioni che in ogni amore insorgono di continuo e ci proteggono dall'affondare in una falsa armonia. La parola greca che indica la rabbia deriva dal concetto di “inopportuno”, “affrettato”, “violento”. L'amore reagisce in maniera adeguata. È nell'attimo. Parole offensive non riescono a scacciarlo dal momento presente. Non è suscettibile. Chi è suscettibile è sempre strappato via dall'attimo.
L'amore non serba rancore per il male. Non ne tiene conto. Non lo calcola. Nella relazione reciproca noi spesso ci mettiamo a calcolare a vicenda quanto l'altro ci ha fatto. Gliela facciamo pagare cara. Crediamo che una buona relazione si basi sul pareggio. Se l'altro mi ha ferito, io lo ferisco. Con questo, però, non si ottiene un pareggio, ma un continuo calcolare, un circolo vizioso di ferite reciproche, che mai finisce. Solamente chi è gretto calcola e continua a fare i conti. Chi si è addentrato molto nell'amore non ha più bisogno di tener conto del male. L'amore vince il male, invece di accrescerlo tenendone conto. L'amore non gioisce per l'ingiustizia, per la ferita, ma gioisce per la verità. Gioisce quando l'altro vale per come è realmente. Non lo vuole svalorizzare con le ferite e metterlo così dalla parte del torto. Paolo conclude la descrizione dell'amore con quattro affermazioni centrali: «Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,7).
L'amore tutto copre. Significa: copre, protegge, custodisce tutto. La parola greca per indicare questo deriva da “tetto”, “coperta”. L'amore è come una tettoia che impedisce che l'umidità penetri in casa nostra, che gli umori negativi prendano possesso della nostra casa. L'amore è come una casa nella quale possiamo abitare, una casa nella quale ci sentiamo protetti e custoditi. Se ci sentiamo a casa nella nostra casa, possiamo con il nostro amore offrire anche all'altro un tetto di protezione, sotto il quale si sappia protetto ed accolto. L'amore invita anche altri nella nostra casa della vita.
L'amore tutto crede. La parola greca pistéuein indica propriamente “fidarsi”, “affidarsi”. L'amore è sorretto da una fiducia di fondo nelle persone, nella vita, in Dio. Solamente se io credo ad uno, posso amarlo. Credere significa vedere bene, di buon occhio. Amare significa trattare bene. Posso amare solamente ciò che credo sia buono, qualcuno di cui ho fiducia. Ciò vale sia per gli esseri umani che per Dio. Io non posso amare nessun Dio nei confronti del quale ho una sfiducia abissale. L'amore ha bisogno di fiducia, ma si esprime anche concretamente nella fiducia e nella fede. Credendo nella persona, la rinfranca e risveglia in lei il bene. Lodare significa chiamare il bene anche per nome. Portando ad espressione il bene, diventa reale e fecondo.
L'amore tutto spera. La speranza è un aspetto ulteriore della fede. Io aspetto qualcosa da chi amo. Credo che sia capace di qualcosa. Ho la speranza che egli si possa sviluppare, che il bene in lui diverrà sempre più forte. L'amore spezza l'ovvietà. Vede più profondo. Scopre nella persona il nocciolo buono che in lei potrebbe sbocciare. Vede in lei i segni della vitalità, della genuinità, delle capacità e delle possibilità che si trovano in lei. L'amore spera tutto da Dio. Confida che Dio opererà in noi e nelle persone che amiamo le meraviglie del suo amore.
L'amore tutto sopporta. Si pone sotto l'altro per sostenerlo e sorreggerlo. Gli è vicino, in qualsiasi modo lui si sviluppi e qualsiasi cosa riveli di sé. Rimane accanto a lui in tutti i suoi errori e le sue complicazioni. Ci riesce solamente perché tutto crede e tutto spera, perché vede il bene nell'altro e ha la speranza che il nocciolo buono venga sempre alla luce. E come una colonna alla quale l'altro può appoggiarsi, che sorregge la casa della convivenza. Nell'amore abita una forza. La parola greca che indica la capacità di resistere, hypoménein, deriva dal linguaggio bellico. Significa: rimanere per respingere un assalto nemico, opporsi all'attacco, non schivarlo. L'amore non si fa mettere in fuga così facilmente. Crede nella vittoria. E più forte di tutto quanto può minare la vita: «L'amore non ha mai fine» (1Cor 13,8). È fenomeno dell'eterno nel tempo e, quindi, non ha mai fine, mentre tutti gli altri doni dello Spirito sono passeggeri e nella morte trovano il proprio termine.
