Riflettiamo
Fede come avventura...
Quarta parte: Un nuovo modo di essereRiflessione: «Il Signore opera insieme con loro» (Mc 16,14-20)
La fede non è una realtà statica, non è un pensare a se stessi, mettersi al riparo da eventuali castighi e sentirsi protetti: la fede è un impegno, è un invito, un comando che mobilita il credente e lo rende partecipe dell'azione stessa di Dio, corresponsabile nella storia della salvezza.
Ai suoi discepoli Gesù dice esplicitamente: «Andate»: non si può stare, fermarsi, guardarsi, ma bisogna andare, muoversi, lasciarsi prendere dall'impeto dello Spirito che aprendo l'animo ad accogliere la parola di Dio mette addosso la medesima «passione» di Dio per l'essere umano e la sua salvezza.
Avere fede produce una specie di tormento verso tutto ciò che sta al di fuori, verso la storia quotidiana del mondo, verso «tutto il mondo», come dice Gesù, verso l'umanità intera che via via appare agli occhi di ciascuno come un mare di sofferenza, di ingiustizia, di falsità, di debolezza, mentre dovrebbe essere una espressione dell'amore instancabile di Dio.
Andare, dunque: l'interpretazione più ovvia porta a pensare a coloro che realmente partono abbandonando casa e paese per portare la «bella notizia» a chi ancora non l'ha ricevuta, ai «missionari» ormai catturati nello schema comodo e impersonale di tanti cristiani: ci sono loro, ci vanno loro in tutto il mondo, gli altri li aiutano con qualche offerta e se possono si interessano di quello che fanno.
Ma si capisce che questa interpretazione non è completa e non esaurisce il comando di Gesù che a tutti i discepoli ingiunge il medesimo compito urgente e inequivocabile: la fede cristiana è missionarietà, è compito di annuncio, è offerta di quella novità che viene da Dio e deve raggiungere ogni creatura.
Se i modi e i mezzi di questo annuncio sono diversi secondo le persone, i tempi e i luoghi, uguali per tutti sono sempre l'urgenza e l'assillo dell'ultimo invito di Gesù lasciato quasi come testamento e ricordato dai discepoli come il compendio della loro esperienza con lui.
Per di più, ciò che Gesù afferma indica anche la responsabilità dell'annuncio: non ci si può accontentare di una ripetizione stanca e amorfa di formule e di prescrizioni, come stanchi e annoiati scolari costretti a· ripetere ciò che non interessa, perché dall'annuncio dipende il credere o meno di chi lo rivive e quindi anche la sua salvezza o perdizione.
Anche questa osservazione conduce a una riflessione urgente: troppo spesso ci si accontenta di gesti, di riti, di parole obbligate, segnate dall'abitudine, consacrate dalla tradizione e garantite nella loro ortodossia, ma non ci si preoccupa di essere «credibili», cioè di presentare non una ricetta moralistica o una teoria generale, ma un ideale che affascina, una esperienza che prende il cuore e tutta la vita della persona.
Se oggi, come e più di ieri, molta gente non si interessa più alla fede cristiana, è anche perché ha immagazzinato idee e parole morte, e ne ha un senso di saturazione e di inutilità.
Si tratta invece di predicare il «vangelo» che è la bella notizia, la bella novità, quella realtà cosi straordinaria da sembrare impossibile e invece già realizzata lungo la storia e presente davanti a chi riceve l'annuncio: ma bisogna esserne per primi affascinati, entusiasti, carichi di gioia e di certezza, bisogna per primi realizzare nella propria carne quella notizia che garantisce il destino divino di ciascuno di noi e apre non paradisi artificiali ma la certezza quotidiana di·un rapporto di intimità con Dio.
C'è da rivedere sia il contenuto delle nostre catechesi e dei nostri annunci, delle nostre iniziative cosiddette «apostoliche» che il metodo, l'ambito, il colore, c'è da rimisurare sulla autenticità del Vangelo il peso e il valore di quanto e come noi annunciamo: prima di dare la colpa al «mondo» e alle propagande, alle ideologie e alle occasioni presenti oggi, c'è da analizzare ciò che siamo, che diciamo, che facciamo. Il comando di Gesù è chiaro e inevitabile, e ci pone addosso gravi responsabilità: perché non accoglierlo nella gioia di sentirei strumenti di lui, del suo amore, della sua volontà di salvare ogni persona?
Il racconto di Marco mette alla fine una frase che consola e che certamente nasce dalla esperienza sua e della comunità nella quale vive e per la quale scrive: «Il Signore operava insieme a loro ». È la consolazione del vedere che Gesù mantiene la promessa di essere sempre insieme ai suoi discepoli, ed è l'esperienza che convalida ogni fatica e dà forza a ogni impegno, anche quando circostanze avverse e debolezze umane sembrano infierire contro la buona volontà dei discepoli. Il «piccolo gregge» si è messo al lavoro, il piccolo gruppo spaesato e impaurito ha rotto ogni indugio e si è buttato all'avventura iniziata forse inconsciamente nel rapporto con il Maestro durante la sua vita visibile: la bella notizia comincia a circolare e invade via via paesi e regioni sempre più vaste generando piccole comunità di seguaci di quel Maestro morto e risorto di cui sentono parlare.
Qualcosa succede proprio come era stato assicurato: i demoni sono scacciati, i malati guariscono... avvengono cose straordinarie, anche se allo stesso tempo persecuzioni, torture, prigionie, sofferenze di ogni genere si abbattono sui seguaci del Maestro crocifisso, come lui stesso aveva messo in guardia.
Ma quello che importa è che il Signore accompagna il piccolo gruppo dei dodici che via via si ingrandisce e occupa tutto il mondo allora sconosciuto: il comando di Gesù è preso alla lettera e produce alla lettera ciò che lui stesso aveva promesso. Sono più di venti secoli che questo fenomeno si ripete e si avvera nelle più diverse circostanze e sotto i più disparati costumi e culture, sono più di venti secoli che continuano a dare ragione alle parole apparentemente impossibili di Gesù: per noi che viviamo ora, sono più di venti secoli di conferma, di garanzia, di certezza che rendono la fede ancora più forte e decisa.
Ma sono anche più di venti secoli di smentita, di sconfitte, di situazioni capovolte in cui non è la bella notizia che dilaga ma la realtà del male, il regno del principe di questo mondo che si allarga e conquista via via zone sempre più vaste: la realtà della storia è anche questa e dobbiamo rendercene conto.
Se il Signore non opera con noi, se le forze del male hanno la prevalenza, non sarà forse perché non c'è quella totale obbedienza all'invito di Gesù, non c'è quella aderenza coraggiosa e radicale alla sua proposta, quell'affidarsi a lui e alla sua misteriosa presenza piuttosto che alla nostra scaltrezza, al nostro numero, alle nostre forze umane, agli intrighi di corte, alle alleanze con chi ci sembra il più forte?
L'invito di Gesù è ancora valido e pressante, è ancora la garanzia della sua presenza e della sua volontà di salvare questo mondo di oggi dove noi abbiamo il dono della fede e ci poniamo come lievito, come fermento, come sale, come luce: ancora una volta è la parola di Gesù che giudica e mette in luce la verità del nostro impegno, la genuinità della nostra fede.
I «prodigi» avvengono ancora perché Gesù non si stanca di essere il Salvatore e di offrire segni e garanzie della sua presenza: tocca ai nostri occhi saperli scorgere e indicare agli altri, tocca a noi saperli decifrare non sul metro della potenza umana ma sulla certezza dei valori eterni dello spirito.
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