Riflettiamo
Ricevete lo Spirito Santo...

«La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi".
Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, così io mando voi". Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi"» (Gv 20,19-23).
C'è una frase di san Paolo che non sempre è ben compresa e, anzi, viene pensata come un privilegio gratuito ricevuto per tradizione. «Nessuno può dire "Gesù è il Signore" se non sotto l'azione dello Spirito Santo» (1Cor 12,3).
Invece è un richiamo assai importante, è una dichiarazione di fede, che mostra il dono della fede stessa, e come nessuno possa ritenersi credente per merito proprio: credere in Gesù «Signore», uomo e Dio, è un dono che viene dallo Spirito, e non è il frutto di ragionamenti o di capacità intellettuale né di sentimenti particolari. In altre parole, Paolo richiama tutti noi e ci mette di fronte alla nostra incapacità fondamentale: nessuno può arrivare d'altezza della rivelazione di Dio, se Dio stesso (il suo Spirito) non ve lo conduce. Siamo quindi davanti a un dono, siamo scelti da Dio, siamo chiamati e portati fuori dalle nostre piccole misure per approdare alle regioni misteriose di Dio. Una volta di più, si coglie il vero valore della fede, come di un rapporto personale, di una situazione interiore che invade tutta la vita, come di una «elevazione» al di sopra della stessa nostra natura.
Questa riflessione già apre nuovi orizzonti alla nostra vita di fede, e non ci permette di fermarci a delle teorie, a delle affermazioni dogmatiche: credere non è avere delle idee particolari su Dio e conoscere la storia della salvezza, ma è accettare di entrare nella iniziativa di Dio e lasciarsi formare e «riformare» da lui.
La conoscenza teorica non può mancare: anzi tanto più oggi è necessaria quando da troppe parti vengono giudizi, valutazioni, critiche, che tradiscono una abissale ignoranza delle linee fondamentali della fede cristiana. La «catechesi» a cui la chiesa oggi pensa in modo più esplicito, si fa sempre più urgente come acquisizione degli elementi fondanti la fede stessa, e come sviluppo della riflessione sul dato rivelato. Ma non ci si ferma qui: più si entra nella conoscenza del mistero di Dio, e più ci si sente coinvolti e quasi «travolti» dalla potenza e dalla novità perenne del Dio che si rivela.
Gesù ci dà il suo Spirito per renderci capaci di credere, di entrare nel mistero, di accorgerci che avvicinarci a lui è una avventura misteriosa che va al di là delle nostre attese e capacità: Gesù ci dà lo Spirito che ha promesso nel suo discorso la sera dell'ultima cena, che ha «reso al Padre» sulla croce al momento della morte, che ha offerto ai discepoli la sera della Pasqua e che ha mandato in modo vistoso e straordinario nella prima Pentecoste.
È soltanto per mezzo di questo Spirito che noi riusciamo a credere: perciò la preghiera allo Spirito, il bisogno di essere investiti ogni giorno da questa forza soprannaturale, la richiesta umile e fiduciosa, sono gli elementi costitutivi della nostra vita di fede. È ancora lo Spirito di Gesù che in questi tempi sta riconducendo la comunità cristiana occidentale alla riscoperta di questa dimensione fondamentale della fede: di fatto oggi stanno nascendo forme nuove e diverse di devozione allo Spirito, secondo la sua stessa ispirazione, secondo quei doni che lui stesso infonde nei fedeli.
Si potrebbe dire che una misura dell'autenticità della fede possa essere oggi l'attenzione allo Spirito nel senso più umile e continuo: non come affermazione di sé, di gusti e compensazioni sentimentali, ma nella dipendenza dalla autorità della chiesa e nel servizio nascosto offerto alla comunità.
La devozione allo Spirito suggerisce via via alle comunità e alle singole persone, mezzi e modi per accogliere il dono di Dio e per rendere la fede una autentica intimità con il Signore conosciuto per un suo libero e gratuito dono.
Ma un'altra osservazione nasce dal dono di Gesù la sera della sua risurrezione: egli dona il suo Spirito come garanzia del perdono dei peccati, come continuazione del suo gesto (più volte ripetuto nei racconti evangelici) col quale perdonava i peccatori pentiti.
È vero: qui la chiesa trova la sorgente del suo dovere-diritto di offrire ai fedeli che lo richiedono il perdono di Dio, qui è il fondamento del sacramento della penitenza come continuazione della presenza redentrice di Gesù, e oggi è necessario sottolineare questo dono immenso che Gesù ha lasciato alla sua chiesa. Tuttavia, è altrettanto vero che il discepolo di Gesù, colui che vuole vivere la sua fede in Cristo Signore, ha anche il compito - perché ne ha i mezzi - di diffondere nel mondo la conversione, la liberazione dal peccato, la salvezza totale che Gesù ha portato nel mondo.
È il compito di ogni cristiano essere dappertutto seminatore di conversione, diffusore di fiducia e coraggio per aiutare il «ritorno» del figlio verso il Padre abbandonato nei momenti di debolezza e di insipienza. Questo significa per prima cosa che il cristiano deve avere un senso morale attento e profondo, costruito non sulla mentalità comune né sulle abitudini che via via entrano nella condotta universale, ma sulla parola di Dio che indica la autentica verità dell'essere umano. Non è facile oggi avere una coscienza morale realmente cristiana, cioè fondata sul messaggio evangelico: forse una severità esagerata di ieri e una interpretazione più umana e legata a usi e costumi del tempo che non alla autentica lettura della parola di Dio, hanno condotto all'opposta situazione di cedimento e di lassismo che accetta come «morali» atteggiamenti e scelte ben lontani dalla radicalità evangelica.
Perciò, ancora più urgente è il compito del cristiano che deve avere il coraggio di rifarsi d'insegnamento di Gesù e della sua chiesa per portare un giudizio realistico sul vivere comune: non si tratta di essere scrupolosi né rigoristi, ma soltanto di riuscire a dividere il bene dal male secondo quelle linee che vengono dalla rivelazione di Dio.
Oltre a ciò, e quasi nello stesso tempo, il giudizio morale e autentico non va mai disgiunto dalla certezza del perdono di Dio, perdono che non ricalca le abitudini umane ma che è sempre il dono della vita nuova che viene da Dio. Lo Spirito di Gesù è speranza, è fiducia in colui che è caduto e redento, certezza che Dio sa operare meraviglie nella sua creatura: moltissimi ne sono i segni lungo la storia della salvezza e soprattutto nella vita terrena di Gesù.
Oggi specialmente c'è bisogno della virtù della speranza, che precisamente rende alla persona la certezza della sua conversione: così si ha il coraggio di chiamare le situazioni col loro vero nome, e dire «peccato» a molti comportamenti spesso accettati come buoni, perché si è certi che il perdono di Dio rinnova la forza e ridona la capacità di seguire e realizzare la sua parola. L'orgoglio umano porta invece a chiudersi nella propria esperienza, a contare solamente sulle proprie forze, e quindi ad accettare come buono ciò che non lo è per non riconoscere la propria debolezza, invece di rivolgersi a quella salvezza che non viene dall'essere umano ma soltanto da Dio.
Solo il cristiano che ha ricevuto lo Spirito di Cristo per il perdono del peccato possiede quell'ottimismo e quella fiducia che lo portano a guardare con molto realismo la storia di ogni giorno, realismo che se da una parte è giudizio morale severo e leale, dall'altra è certezza dell'amore di Dio che santifica la sua creatura.
