Riflettiamo - Dott. Giuliano Franzan

Dott. Giuliano Franzan
Teologo - Psicologo - Sessuologo - CTP
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Riflettiamo

La conflittualità...

Nel contesto odierno molta conflittualità è connessa alla nuova cultura della soggettività che ha sottolineato l'importanza (forse anche la necessità) che ogni individuo esprima il proprio pensiero e si realizzi al massimo. L'emergere delle individualità provoca la frantumazione in una molteplicità di punti di vista e di vissuti. Non è ignorando questo ineliminabile dato di fatto che si supera la conflittualità, bensì attraversando le sfide della soggettività e della frantumazione. Lo stile di San Francesco rispetta le diversità nella loro irriducibile unicità e nel loro insopprimibile legame fraterno e ci ricorda che solo se ascoltate e accolte le soggettività imboccano la strada di una relazione creativa e vitale. In questo contesto, i conflitti (peraltro inevitabili) diventano luogo e occasione di crescita sia nella conoscenza di sé, sia nella qualità della relazione.
 
Vediamo di indicare alcuni di questi percorsi:
1. Il conflitto è costitutivo delle relazioni umane in quanto connesso alla necessità della differenziazione. Come dicevano gli antichi greci, «polemos è re e padre di tutte le cose»[1] Il «no» della madre al bambino e il «no» del bambino alla madre, anche se dolorosi, permetteranno a entrambi di separarsi da una fusione oppressiva e riconoscersi come differenti nelle attese, nei ritmi, nei gusti. Comprendere la dinamica evolutiva della conflittualità (la sua spinta alla differenziazione), piuttosto che giudicarla o negarla, è il primo passo di un cammino di «adattamento creativo»[2] (o maturità).
2. Il conflitto nasce dalla paura di fronte alle differenze, le quali, invece, hanno il compito di ricordarci che siamo diversi perché siamo poveri (non abbiamo tutto), perché dobbiamo condividere (la diversità luogo di dialogo) e dobbiamo integrarci (la diversità come ricchezza). Non per nulla Francesco descrive il fratello minore perfetto come la sintesi delle caratteristiche uniche di ogni religioso.
3. Il conflitto è fase inevitabile di ogni incontro e di ogni storia. «Il riconoscimento dell'altro - dirà Gadamer - è sempre terreno di lotta».[3] In ogni storia d'amore c'è sempre la fase in cui la delusione o il tradimento richiedono un'accettazione dell'altro nella sua realtà e non nell'immagine che di lui ci siamo fatti. Conflitto allora come travaglio di parto dall'altro ideale all'altro reale.
4. II conflitto come momento in cui si rivela l'intimo dei cuori. Attraverso l'analisi del conflitto si può prendere consapevolezza degli «attaccamenti»: le paure, le rabbie rivelano sempre un cuore non libero dalla dipendenza e dall'appropriazione. Chiedersi qual è il timore più profondo in un conflitto è il modo migliore per crescere a livello umano e di fede. In questo cammino diventa necessario comprendere la differenza tra «occasione» e «motivazione»: l'altro non è mai la causa delle nostre tensioni, ma ne è l'occasione. Assumersi la responsabilità dei propri sentimenti significa imboccare le vie del cambiamento.
5. Il conflitto come apprendimento della relazione. Dalla prospettiva lineare («mi arrabbio perché fai questo», «faccio questo perché tu ti arrabbi») è necessario passare alla prospettiva circolare che non cerca chi ha ragione e chi ha torto, ma guarda ai vissuti dei due partner coinvolti. Nella prospettiva circolare ognuno è, nello stesso tempo, vittima e carnefice. Ecco perché diventa utile chiedersi in che modo ognuno contribuisce a mantenere aperto il conflitto. Diventare consapevoli del modo in cui ognuno provoca ciò di cui si lamenta è la nuova saggezza relazionale. Intriganti e pionieristiche le belle pagine di Doroteo di Gaza nei suoi Insegnamenti Spiri­tuali (proposte per il lunedì e il martedì della nona settimana per annum nell'Ufficio delle letture). Si tratta di passare dalla prospettiva dell'alterità («mi prendo cura di lui come altro») alla prospettiva della relazione («l'altro mi appartiene») per cui non esiste il fratello difficile, ma vi sono delle relazioni nelle quali io ho difficoltà con un fratello. In questa prospettiva di reciprocità, un dialogo chiarificatore delle conflittualità si modulerà in caratteristiche ben precise: dire il proprio punto di vista con umiltà, consapevoli che si tratta solo del «proprio» punto di vista; essere attenti a comprendere la prospettiva dell'altro così come l'altro la vive; chiedere le cose che non si sanno (invece di indovinarle); accettare che, a tratti, si può non capire l'altro e rispettarlo. Essere capaci di assumere con esattezza il punto di vista dell'altro è condizione preliminare di ogni elabora­zione di conflittualità.
6. II conflitto come spia di un nodo «teologale». San Francesco, in modo geniale, svela un intrigo del cuore umano quando afferma che il peccato di invidia è peccato di bestemmia (Amm. VIII). Dietro ogni litigare tra gli uomini c'è una domanda di fondo: perché Dio permette questo? Perché Dio non mi ha dato un fratello meno «difficile»? Perché Dio non mi ha dato tutto? Ogni conflitto fraterno rimanda a un conflitto con Dio. Solo riconciliandoci con il Donatore scompariranno dal nostro cuore l'invidia e la rabbia, la paura e la pretesa, e saremo capaci di ringraziare il Signore per i doni che ha dato a noi (il francescano «restituire») e per quelli che ha dato al fratello.
7. Il conflitto come luogo del peccato e del perdono. È stato scritto che la comunità è luogo di festa solo se è anche luogo di perdono[4]: non si può vivere bene assieme senza perdonarsi. E necessario stare attenti al perdono egocentrico che trasforma l'altro in cattivo (noi «sensibili», gli altri «insensibili»). Prima di perdonare è sempre meglio chiarire con il fratello e accertarsi di non averlo frainteso. Se, nonostante una profonda onestà nell'ascolto di sé e dell'altro, rimane forte la sensazione di aver subito un torto che l'altro non vuole o non può riparare, allora inizia il processo lungo e faticoso del per­dono. Le ferite si guariscono con il perdono a Dio e al fratello per la perdita che abbiamo subìto. Attraverso il perdono, in un modo misterioso, ritroviamo l'integrità e la pienezza che temevamo danneggiate irrimediabilmente dal fratello.
Restare uniti a lui «nonostante tutto» è l'unica strada che porta a pienezza. Anche Gesù di Nazareth ha dovuto imparare sulla croce a perdonare in quanto uomo. Prima ha perdonato in quanto figlio di Dio («Va', ti sono rimessi i tuoi peccati», Mt 9,2; Lc 5,20.48), poi sulla croce: ci ha donato un altro perdono: il perdono dell'uomo ucciso, dell'Abele sacrificato: «Padre, non imputare loro questo peccato, non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). In altre parole: «essi rimangono miei fratelli». In questo dono perfetto di Gesù di Nazareth è abolita ogni scusa che l'uomo possa accampare per non perdonare il fratello. Abele deve, lentamente, ma decisamente, imparare a perdonare Caino. C'è un racconto in cui viene descritto l'incontro, dopo secoli, di Caino e Abele. Caino, mortificato, va da Abele e gli chiede perdono per averlo ucciso. Abele risponde: «Tu mi hai ucciso o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima»[5].
 

[1] Eraclito, Frammenti, a cura di M. Marcovich in Nuova Italia, Firenze 1978, framm. DK 22 B 53.
[2] Sulle varie definizioni di maturità psicologica cfr. G. Salonia, Maturità, in Dizionario di Scienze dell'Educazione, LAS-Elledici-SEI, Roma 1997, 662-665.
[3] Gadamer H.G., Verie Metodo, Bompiani, Milano 1983.
[4] Cfr. Vanier J., La Comunità luogo di festa e di perdono, Jaca Book, Milano 1979.
[5] Borges L.J., Il libro della Genesi, Città Nuova, Roma 1991, 103.
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