Riflettiamo
La vocazione di Geremia...

Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me. Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo. Sentivo le insinuazioni di molti: «Terrore all’intorno! Denunciatelo e lo denunceremo». Tutti i miei amici spiavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta». Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere; saranno molto confusi perché non riusciranno, la loro vergogna sarà eterna e incancellabile. Signore degli eserciti, che provi il giusto e scruti il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di essi; poiché a te ho affidato la mia causa! Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori. Maledetto il giorno in cui nacqui; il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai benedetto. Maledetto l’uomo che portò la notizia a mio padre, dicendo: «Ti è nato un figlio maschio», colmandolo di gioia. Quell’uomo sia come le città che il Signore ha demolito senza compassione. Ascolti grida al mattino e rumori di guerra a mezzogiorno, perché non mi fece morire nel grembo materno; mia madre sarebbe stata la mia tomba e il suo grembo gravido per sempre. Perché mai sono uscito dal seno materno per vedere tormenti e dolore e per finire i miei giorni nella vergogna?
Il libro si apre a una delle più celebri e drammatiche “confessioni” del profeta. Essa è introdotta da una descrizione del contesto storico e spaziale in cui è proclamata. Pascur, un alto funzionario sacerdotale del tempio, blocca Geremia nell’area sacra, lo percuote e lo fa arrestare nel carcere del tempio. Il profeta, appena liberato, scaglia contro questo sacerdote un oracolo che delinea il tragico destino di questo avversario del profeta, votato alla deportazione a Babilonia con i suoi concittadini e alla sepoltura in terra pagana. Anzi, il suo nome sarà simbolicamente mutato in «Terrore all’intorno», lo stesso titolo che ironicamente veniva attribuito al profeta per i suoi oracoli infausti (20,3.10). Ma la nostra attenzione si fissa ora sull’intensa “confessione” in tre strofe che Geremia lancia verso Dio, quando la crisi interiore lo tenta al punto da voler abbandonare lo stesso ministero profetico. La prima strofa (20,7-10) si apre con la famosa dichiarazione sulla «seduzione» divina: «Mi hai sedotto, Signore...». Essa è stata letta in chiave nuziale; in realtà, c’è un aspetto più forte: il profeta, evocando la sua chiamata in giovane età, accusa Dio di circonvenzione di un incapace, approfittando della sua inesperienza. La vita per Geremia è stata da allora solo derisione, costretto come egli è stato a proclamare verità scomode contro le illusioni di Israele, cioè la fine imminente e la rovina. Attorno a lui si è distesa una cortina di ostilità, persino da parte degli amici, pronti a farlo cadere. Egli, allora, si è deciso ad abbandonare una missione così terribile: «Non voglio più parlare in suo nome!». Ma il Signore non lo lascia libero: la parola divina è come un incendio divampante che brucia le ossa del profeta, costretto a continuare la sua missione. La seconda strofa (20,11-13) è, forse, posteriore e sarebbe da collocare alla fine della “confessione” come uno spiraglio di luce e di fiducia: si tratta, infatti, di una professione di fede nel Signore che conosce i segreti dell’uomo e salva la sua creatura. Il tono fortissimo ritorna nella terza strofa (20,14-18). Risalendo al giorno della sua nascita, allorché suo padre in attesa trepidante fu pieno di gioia per la notizia della nascita di un figlio maschio, Geremia maledice quell’istante e chi comunicò quell’annunzio festoso. E, come si legge anche nel capitolo 3 di Giobbe, il profeta si domanda con infinita amarezza perché mai la sua vita non si sia interrotta proprio nel grembo di sua madre, così da non dover vivere mai questa esistenza tanto tormentata. Il dolore rende sinceri fino alla durezza e Geremia affida, nella preghiera, questa sua sconfinata infelicità a quel Dio che l’ha avviato a un impegno talmente aspro e senza pace.