Riflettiamo - Dott. Giuliano Franzan

Dott. Giuliano Franzan
Psicologo - Sessuologo
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Riflettiamo

Amerai il Signore Dio tuo
Affrontiamo nella nostra riflessione l'ultimo momento del comandamento dell'amore. Ci facciamo acconpagnare in questa nostra riflessione dal testo: A. Cencini, Amerai il Signore Dio tuo. Psicologia dell’incontro con Dio, EDB, Bologna 1988.

Quando l'amore diventa realtà tra gli uomini, allora Dio è presente, agisce, si esprime; e gli uomini, anche se non lo sanno, proprio nell'esperienza dell'amore partecipano all'amore di Cristo e sono associati all'evento pasquale, che è amore di Dio vissuto fino alla morte (passione), evento di amore che vince la morte (resurrezione).
L'amore, così si dice, è un sentimento libero e spontaneo. Nasce in modo a volte improvviso, senza una causa che lo giustifichi o un fine immediatamente chiaro. Spesso appare come una forza misteriosa che emerge dalle profondità del cuore e si pone al centro della vita, dei suoi progetti e desideri. È sentimento, passione, energia vitale..., oppure è debolezza, istinto, egoismo...
In ogni caso è espressione tipicamente umana che non si può in alcun modo forzare: nessuno potrà mai amare per costrizione, né interna né esterna. Eppure è proprio l'amore il primo comandamento.

«Amerai il Signore Dio tuo...»
Se Dio ci chiede questo vuol dire che proprio nell'amore l'uomo trova la vera realizzazione di sé e fa un'autentica esperienza di Dio; e se ci chiede di amarlo con tutto noi stessi è perché Dio solo, bontà e tenerezza infinita, può essere amato senz'alcun limite e «totalmente». L'amore è dunque questo sentimento libero e spontaneo, ma non ogni affetto ci fa crescere nella capacità d'amare; anzi, nemmeno il nostro modo di amare Dio è sempre necessariamente autentico. In altre parole, dobbiamo imparare ad amare, e - più in particolare - dobbiamo imparare ad amare Dio, se vogliamo davvero fare esperienza di lui. È in questo apprendimento che consiste il passaggio dall'illusione sentimentale alla conversione affettiva e religiosa.
1. «Tu mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre»
Il primo passo, la condizione preliminare in questo apprendimento è la libertà di lasciarsi amare. È un atteggiamento certamente non facile e meno scontato di quanto possa sembrare. Dio infatti ama tutti, ma non tutti si sentono amati da lui. Certo, è impossibile per l'uomo cogliere interamente l'amore che Dio ha per lui, ma è possibile e doveroso interrogarci sulle condizioni che ci permettono questa esperienza. Vediamone alcune, particolarmente dal punto di vista psicologico: Innanzitutto è importante non aver paura dell'amore. Vi sono persone che, senza alcuna colpa, magari per problemi o traumi infantili, non sanno coinvolgersi in relazioni affettive. A volte mantengono un atteggiamento distaccato e piuttosto freddo, quasi da superuomo, come non avessero bisogno degli altri e del rapporto amicale; altre volte sono eccessivamente preoccupati di... salvare la «bella virtù» e vedono il male dove non c'è; altre volte ancora, pur vivendo un certo rapporto sociale, si ritirano imbarazzati quando avvertono una certa gratificazione o temono di sentirsi troppo coinvolti. Se queste difese e paure sono radicate in profondità nello psichismo dell'individuo e se non è intervenuto un processo di guarigione della memoria e della memoria affettiva, sarà facile che barriere difensive scattino anche nei confronti di Dio, in modo diverso, si capisce, ma con lo stesso risultato di impedire o di ostacolare l'esperienza dell'essere amati dal Padre. La maturità affettiva non è fatta solo di capacità oblativa, ma pure di disponibilità a stabilire relazioni umane d'una certa intensità e a vivere affetti sani e profondi, di serenità e semplicità nel lasciarsi amare e nel godere dei segni d'affetto nei propri confronti. Questa libertà ci predispone a sperimentare e gustare allo stesso modo la benevolenza di Dio verso di noi.
D'altra parte, se vogliamo davvero lasciarci amare da Dio dobbiamo cercare di liberarci dalla preoccupazione eccessiva d'essere amati. Potrà sembrare singolare e strano, ma è profondamente vero: solo chi è abbastanza libero dall'ansia di essere amato potrà fare esperienza dell'amore di Dio. Il narcisista, il ripiegato su di sé avrà serie difficoltà ad abbandonarsi, a lasciarsi benvolere, ad accorgersi che è già profondamente amato.
Anche a livello umano è così. L'amore di sé è come l'autorealizzazione: chi ne fa lo scopo della vita e la ricerca in modo ansioso, finisce per non trovarla. Evidentemente siamo chiamati anche a realizzare noi stessi, ma ciò diventa possibile solo quando la nostra vita è orientata in senso oblativo e autotrascendente, verso un valore che non si identifica con le nostre semplici potenzialità e doti interiori, ma sta al di sopra di esse. È così anche per l'amore. D'altronde un po' tutti abbiamo sperimentato questa legge psicologica: più si è preoccupati di essere amati, meno ci si sente in realtà amati. Anche quando si può avere l'impressione di essere finalmente «sazi». È solo un'illusione e un'illusione pericolosa, perché il bisogno egoisticamente gratificato diventa sempre più esigente, riemerge puntuale dopo ogni «concessione» ed è incontentabile. Ci schiavizza. La vera soluzione del problema sta in una radicale inversione di rotta: passare dalla ricerca d'essere amati alla scelta di amare, in modo adulto e il più possibile disinteressato. È allora che si scopre l'amore e se ne fa esperienza. Il cuore si libera progressivamente: abbiamo deciso di amare e ci ritroviamo amati; siamo stati generosi nel donare e diventiamo capaci di ricevere; abbiamo scelto di non consumarci più nel ricercare affetto, stima, comprensione e scopriamo come per incanto segni innumerevoli di tutto questo nella nostra vita, li apprezziamo e siamo pieni di gioia. Non che prima non fossimo amati e stimati, ma il nostro cuore non era abbastanza libero per accorgersene e sereno per goderne.
Lo stesso principio vale ancor più per il nostro rapporto con Dio. Egli ci ama come nessun altro, d'un amore che è profondo e tenero ma anche forte ed esigente. Non ci ama semplicemente per gratificare il nostro bisogno d'affetto, ma per mandarci nel mondo ad amare alla sua maniera. Ci ha talmente amati da renderei capaci di voler bene come lui. Anzi, è proprio questo il segno più grande del suo amore per noi, l'averci creati amanti, non solo amabili, provocandoci a dare affetto più ancora che accontentando la nostra sete di riceverlo. Di conseguenza, solo amando possiamo scoprire quanto Dio ci ha amato. E faremo tale esperienza nel momento stesso in cui, donando benevolenza, accetteremo di dimenticarci e pensar meno a noi stessi. Più avremo il coraggio di perderei, più troveremo l'amore e nell'amore Dio. Un semplice ma sincero gesto di benevolenza verso il prossimo, mentre dona all'altro la certezza di un affetto umano, regala a noi la certezza dell'amore divino. Abbiamo amato un fratello, ci ritroviamo amati dal Padre. E nel nostro stesso cuore, amante e teneramente amato da Dio, sperimentiamo sempre di nuovo che ogni qualvolta un uomo ama, lì Dio è presente. Ancora, ci si lascia amare da Dio quando s'abbandona la pretesa d'essere noi a... decidere d'amarlo e si scopre che è sempre lui a prendere l'iniziativa: «non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi... Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,10.19). Se dunque avvertiamo in noi il desiderio di riamarlo è perché lui ci ha prevenuti. Lo vediamo ripetutamente nelle pagine della bibbia: è Dio che attira l'uomo a sé, lui che lo sceglie, lo cerca, lo sottopone alla prova, lo perdona godendo di essergli padre, e infine è sempre e ancora Dio che, - innamorato dell'uomo - lo seduce e lo conquista. Il nostro amore - possiamo ben dire - è solo un lasciarci sedurre, un essere conquistati. Conosciamo splendide storie di seduzione divina (Geremia, Paolo, Israele, ...), ma anche la nostra vita, nel suo piccolo, è storia di questa seduzione. Dio ne tesse la trama, pazientemente, lentamente, silenziosamente..., e anche stranamente. Dio non seduce come farebbe un innamorato qualsiasi: non incanta né inganna, non illude e neppure forza, magari promettendo felicità per sempre. Dio attira nel deserto, sottopone alla prova, chiede rinuncia, parla di persecuzioni, propone una croce... Eppure è un Dio geloso: non è disposto a convivere con amori troppo invadenti, né domanda solo simpatia o rispetto obbedienziale. Come lui è innamorato dell'uomo, così l'uomo dovrà innamorarsi di lui. Addirittura a volte questo Dio seduce stando semplicemente ad attendere, mentre noi facciamo esperienze d'altri amori. Una volta liberi da ansie, paure e pretese infantili-adolescenziali, si è resi liberi per gustare l'amore divino e particolarmente l'espressione umana di tale amore, come esso si è reso presente-evidente nella persona di Gesù Cristo. A scanso di illusioni, sempre in agguato quando si parla di sentimenti e sensazioni, diciamo che è lui, il Signore, nella concretezza della sua umanità, il punto di riferimento, il soggetto della seduzione e l'oggetto dell'amore. Lasciarsi amare da Dio è cogliere il fascino della persona di Cristo, rivelazione umana dell'amore divino. Da un lato questo fascino è all'origine non solo d'una certa scelta di vita, ma anche dello stesso atto di fede se la fede è la conoscenza nata dall'amore. D'altro lato questa attrazione non nasce spontanea, come una qualsiasi emozione passeggera. Essa è frutto d'un serio lavoro destrutturante. Più in particolare è la risultante d'un lento processo di liberazione e trasformazione dell'energia emotiva: è la nausea per il proprio modo d'agire che, dopo la purificazione della fase sub-liminale, diventa ora, nel momento ristrutturante, attrazione per il valore. Nella misura, dunque, in cui c'è stata questa progressiva liberazione dell'uomo vecchio e dei suoi amori, possono nascere ora questo amore nuovo e il fascino per questa persona vivente. Ed è importante che nasca questo fascino: la·vita spirituale non può reggersi sul puro volontarismo né, tanto meno, su un idealismo intellettuale; è indispensabile l'apporto emotivo, è questo che dà energia ed entusiasmo, e cambiando l'«io voglio» in «io desidero» rende il valore buono e appetibile per il soggetto. Ma proviamo a definire meglio e più concretamente, se possibile, questo fascino e il suo oggetto. Fascino, innanzitutto, per la persona di Cristo. È il vivente, colui che fa «vivere» chi s'accosta a lui, qualcuno con cui si può stabilire una relazione significativa, che riempie la vita e fa sentire vivi perché incide sulla persona, la scuote e la cambia, provocando una risposta «totale», che fa vivere ancor di più. Fascino per la sua Parola, che ci raggiunge nelle profondità del cuore e dona luce e senso al nostro vivere, pane fresco e profumato che ci nutre e ci dà forza per le necessità d'ogni giorno, parola di vita eterna che ci dà quanto nessuno ci può dare, («Tu solo hai parole di vita eterna...»), pronunciata con autorità come nessuno potrà mai parlare («Nessuno ha mai parlato come quest'uomo...»). Attrazione per il suo stile di vita e il suo modo d'amare, dunque per i suoi valori e il modo di testimoniarli: in particolare per la sua straordinaria capacità d'entrare in empatia, di comprendere e soccorrere chi soffre, di accogliere e perdonare chi ha sbagliato..., fascino per il suo sentirsi figlio del Padre e fratello d'ogni uomo, servo di JHWH e dell'intera umanità. Tutto questo può ben sedurre un uomo e cambiarne la vita, aprendo a un amore diverso e più grande verso tutti. Ci si sente amati e attratti da Cristo, niente più, e per lui si capisce che si può anche lasciar tutto... Non per disprezzo, non più solo per nausea verso il passato, ma perché egli è l'unico e il suo amore non ha pari. Così, per acquistarlo e lasciarsi da lui amare, si lasciano perdere altri amori, pur legittimi e sani, ma non altrettanto ablativi e appassionati.
(Continua)
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