Riflettiamo - Dott. Giuliano Franzan

Dott. Giuliano Franzan
Teologo - Psicologo - Sessuologo - CTP
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Riflettiamo

Perché fare famiglia...

Nelle prossime tre riflessioni proveremo a rispondere alla domanda "perché fare famiglia".
Un'adeguata conoscenza del funzionamento di un oggetto comprende anche la domanda: a cosa serve? Così è per la famiglia.
Al sapere che è una realtà viva che lavora per il proprio mantenimento e progresso e produce azioni e reazioni va aggiunta la conoscenza del ventaglio di possibili obiettivi che si può prefiggere. Scelto un dato obiettivo, ne seguirà un metodo di funzionamento corrispondente. «Che cosa» è possibile fare dipende anche da «dove» si è scelto di arrivare. Cambiando il fine, cambiano anche le regole preposte al vivere comune e alla risoluzione dei conflitti. Se l'obiettivo più o meno dichiarato di chi si sposa è la propria sistemazione, la sua famiglia seguirà la regola del «ognuno per se» dove, senza la fiducia reciproca, uno usa l'altro per quello che ne può ricavare. Se l'obiettivo è la ricerca di sicurezza e protezione, quella famiglia tenderà a diventare una società di mutuo soccorso contro le avversità della vita. Se si concepisce la famiglia solo in funzione dei figli, ne segue che la regola di fatto sarà: «I figli vengono per primi», per cui la preoccupazione esclusiva per loro va a scapito del rapporto coniugale.
Quale modello di famiglia? Perché stare insieme, mangiare, dormire, fare figli? Proponiamo tre possibili risposte: la famiglia come bene da sfruttare per se stessi, come palestra di socializzazione, come trampolino di lancio[1].

1. La famiglia come luogo di gratificazione
In questo modello, la famiglia è pensata come un luogo dove ogni persona ha il diritto di vedere realizzate tutte le proprie esigenze. È un aggregato di individui, ognuno con dei bisogni fisici e psicosociali da realizzare. Fare famiglia significa trovare uno «status quo» che permette ai singoli una situazione gratificante. Il ragionamento base  è questo: io ho dei bisogni e delle esigenze da soddisfare e stare insieme significa che gli altri contribuiscono a realizzarmi. La famiglia ha senso se realizza il mio io, in caso contrario non interessa più: «Dal momento che non mi realizza, esco e vado in cerca di un altro gruppo che mi capisca e mi realizzi meglio». Manca la ricerca del bene comune, la mentalità del «noi» e il concetto di sistema.
La famiglia, luogo di gratificazione personale, diventa facilmente luogo di diritti e di lotta: tutti pretendono di essere capiti e nessuno di capire; tutti chiedono di essere amati e nessuno si sforza di amare. Ben presto il dialogo morirà dato che, per natura sua, richiede la previa disposizione di uscire da se stessi per mettersi nei panni degli altri. Per non cadere nella lotta si può, al massimo, arrivare a un compromesso: ognuno pensa a sé, a patto di non pestare i piedi al suo vicino.
«Mio figlio suona lo stereo a tutto volume? È un suo diritto! Ha bisogno di scaricare l'aggressività. Ma anch'io ho il diritto alla tranquillità. Come affrontare il conflitto? Per evitare discussioni facciamo in modo che ognuno di noi possa realizzare le proprie esigenze senza disturbare troppo l'altro: trasformiamo la cantina in baita e la soffitta in mansarda. Lui starà giù e io su, così non ci disturbiamo. Si è trovata una zona di tranquillità dove ognuno può vivere senza problemi e gratificarsi, ma il sistema si è dissolto. Prima o poi si uscirà dalla mansarda o dalla baita per andarsi a cercare, al di fuori di casa, dei gruppi di riferimento con i quali identificarsi e confrontarsi. La famiglia si riduce ad un insieme di box da parcheggio per le ore notturne, senza influenzare la vita dei suoi abitanti».

2. La famiglia come addestramento sociale
In questo secondo modello, la famiglia è vista come palestra di socializzazione. Il suo scopo è creare buone abitudini, cioè atteggiamenti che siano socialmente accettabili. Così, ha successo la famiglia che riesce a formare delle persone adattate dal punto di vista sociale, che raggiungono una posizione rispettabile nella società. È l'obiettivo di molti genitori: lavorare, sacrificarsi, guadagnare, soffrire per «fare una posizione» ai figli. È l'obiettivo della mamma che si sente in colpa se la figlia non ha le scarpe alla moda da 200 euro perché, altrimenti «chissà cosa dirà la gente». È la preoccupazione del papà che vuole a tutti i costi che il figlio diventi medico e realizzi ciò che lui non ha potuto realizzare. È la preoccupazione comune di oggi: avere ciò che gli altri hanno, non essere da meno, figurare bene, farsi una posizione, rafforzarsi a vicenda per apparire persone riuscite.
Il risultato è bello a vedersi: bei mobili in casa, telefonino in auto e conto in banca. Senonché, a lungo andare, nessuno riesce a godere di tutto questo, perché ha la morte dentro (che è ancora più morte se non si ha la consapevolezza di averla).
La bella casa e il ruolo sociale non fanno vivere. Si può avere un ruolo nella società eppure morire di solitudine, essere invidiato da tutti eppure sentirsi la povertà dentro. L'adattamento sociale non è necessariamente sinonimo di adattamento psicologico. I figli diventano dei cagnolini ammaestrati; tutti devono imparare a mettersi in fila in società per avere un posto; se riescono anche a suscitare le invidie e le ammirazioni altrui, tanto meglio. Che cosa poi queste persone abbiano e pensino nel cuore, nessuno lo sa. Prima o poi la delusione arriverà: i genitori si immolano per i figli, ma non hanno mai tempo di fermarsi a parlare con loro; in colpa verso di loro li caricano di ricompense, senza mai chiedersi se tanta prodigalità sia davvero una richiesta dei figli.
«Ricetta per genitori importanti di figli importanti: allevare i propri figli in scuole esclusive, mandarli a lezione di casual premeditato, fornirli al più presto di un linguaggio americano e, appena possibile, regalare loro per Natale una poltrona in un qualche consiglio di amministrazione. Così ben indottrinati, lasciateli andare per il mondo. Quasi sempre, questi pollastrelli di allevamento ritorneranno dai paparini con a fianco un partner-fotocopia per il giubilo dei genitori. Sono i poveri moderni con abiti firmati».
Ho esasperato due obiettivi fondamentali della vita familiare: essere se stessi e inserirsi nella società. Li ho presentati in toni esagerati per far risaltare l'insufficienza di questi modelli.
Presentano come ultimi, due obiettivi che sono solo intermedi ma comunque validi: protezione-cura dei membri e loro inserimento in una cultura.
Questi scopi, indispensabili e inevitabili, diventano disastrosi se fine a se stessi, lasciati a briglia sciolta. Non si tratta dunque di demonizzarli, ma di integrarli in uno schema più ampio che li sappia regolare e valutare. È lo schema dato dalla famiglia secondo i valori: potenziatrice di identità e luogo di trascendenza. Aiuta i suoi abitanti nella risposta alle domande: «Chi sono io?» e «Dove voglio andare?» e, dentro a questo itinerario, la gratificazione dei bisogni individuali e l'adattamento sociale rimangono essenziali ma perdono il carattere di assoluti.
 
[1] Già addentro ai concetti di psicologia riconosciamo in questi tre modelli le tre variabili su cui è possibile costruire anche la personalità individuale: bisogni, atteggiamenti, valori.
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