Riflettiamo - Dott. Giuliano Franzan

Dott. Giuliano Franzan
Psicologo - Sessuologo
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Riflettiamo

Dove se n'è andato Dio? [1]
Più di cinquant'anni fa - era esattamente l’8 aprile 1966, a una manciata di mesi dalla conclusione del concilio Vaticano II e un biennio prima dello scoppio della contestazione nel mitico ‘68 - compariva nelle edicole di mezzo mondo un numero del Time destinato a fare epoca. La copertina del prestigioso settimanale britannico, su sfondo scuro, riportava solo una lapidaria domanda in colore rosso: «Is God dead? (Dio è morto?)». Ne doveva trascorrere un’altra quindicina, per dar modo a Woody Allen di sdrammatizzare tale interrogativo di ascendenza nicciana con la sua abituale ironia, facendogli ammettere sornionamente: «Dio è morto, Marx è morto e neanch’io mi sento troppo bene..:».
Dio è morto?
In realtà, il servizio del Time coglieva correttamente, a livello di costume, un clima culturale che era diffuso nell’aria. Non solo «morte di Dio», infatti, ma «eclissi del sacro nella società industriale» e «fine della religione» erano - com’è noto - fra gli slogan maggiormente diffusi nell’ambito della teologia cristiana occidentale, della sociologia religiosa e della stessa pubblicistica, nella convinzione generalizzata di stare assistendo ad un mutamento tanto epocale quanto definitivo, contrassegnato dall’esaurimento della tradizionale funzione dell’elemento «sacrale» nella stagione della modernità e della tecnica.
I cosiddetti «teologi della morte di Dio» (appunto), ad esempio, operanti soprattutto all’interno dello scenario anglosassone, avevano spinto sull’acceleratore della tesi dell’estenuazione della metafisica classica, scegliendo di elaborare un volto di Dio dalle fattezze umane, tutto giocato sulle corde della solidarietà interpersonale e dell’apertura all’altro-in-soffe-renza. Ecco, allora, la «teologia della secolarizzazione» di E. Gogarten, la «città secolare» di H. Cox, la «religione invisibile» di T. Luckmann, e così via... fino agli esiti sulla società di massa, esemplabili sulla celebrata Dio è morto del cantautore modenese Francesco Guccini: un vero e proprio inno generazionale denso di rabbia e indignazione, con tanto di happy end per cui «se Dio muore, è per tre giorni e poi risorge», che nella versione fornita dal complesso dei «Nomadi» fu censurato dalla RAI, mentre trovò una compiaciuta udienza sulle onde della Radio Vaticana!
A questo panorama, che in realtà ha trovato nei decenni successivi un numero di smentite almeno pari alle conferme, tanto che gli slogan ricorrenti sono via via diventati «rivincita di Dio» e «ritorno del sacro», ha deciso di alludere il numero di Time della scorsa settimana (21 giugno 2003), richiamando la propria antica tesi con un’ulteriore domanda: «Where did God go? (Dov’è andato Dio?)». Sulla copertina, un’immagine tratta dall’iconografia cristologica più classica e pietistica, con una sagoma bianca al posto della figura centrale di Gesù, contornata da apostoli, pie donne e bambini oranti. Sotto il titolo, la chiave di lettura proposta: «Le chiese sono semideserte, e Dio non ottiene una citazione nella nuova costituzione dell’Unione Europea. Ma rispunta, sorprendentemente, in diversi luoghi». All’interno, il richiamo alla ricordata inchiesta del ‘66, con l’aggiornamento della diagnosi: «Dio è ancora vivo, ma oggi - in Europa - spesso non lo troviamo negli stessi luoghi di un tempo».
Una lettura, vale la pena di sottolinearlo da subito, non necessariamente da sposare in toto, e certo largamente giornalistica: sarebbe sbagliato, peraltro, mi pare, respingerla immediatamente, senza accettare la sfida che vi è insita per le chiese cristiane del vecchio continente.
Tanto più che essa si può a buon diritto accostare a considerazioni statistiche quali quella suggerita dall’esperto di geopolitica del religioso Odon Vallet su Le Monde del 26/10/1999, secondo cui la ridislocazione del cristianesimo è spettacolare. Nel 1939, i primi tre paesi cattolici erano la Francia, l’Italia e la Germania (che aveva annesso l’Austria). Oggi, i primi tre sono il Brasile, il Messico e le Filippine. Il secondo paese protestante del mondo (gli Stati Uniti essendo il primo) è ormai la Nigeria, alla pari con la Germania e l’Inghilterra. E la maggioranza degli anglicani sono neri (d’Africa, d’America o d’Oceania).
Fino a fargli dire che Dio ha cambiato indirizzo... O a riflessioni di profonda spiritualità come quella tracciata dal teologo cattolico canadese Jean Marie Tillard in quell’autentica «Lettera ai cristiani del Duemila» (così il sottotitolo) che è Siamo gli ultimi cristiani?, in cui fra l’altro si legge: I catecheti impiegano tutte le loro energie a parlare di Cristo davanti a uditori che sbadigliano, perché non sono interessati a quanto si dice. I banchi delle chiese sono sempre più vuoti e occupati da persone dai capelli sempre più bianchi, tanto che si arriva a sopprimere delle parrocchie. […] Nell’insieme, tutta una generazione - quella che costituirà la carne delle società nei prossimi decenni - scivola lentamente non verso l’aggressività verso la chiesa, ma (ed è più grave) verso l’indifferenza (p. 9).
Oppure, di nuovo, a inchieste sulla presunta sparizione dei cattolici e sulla ridislocazione del sacro come quelle che stanno comparendo, a ripetizione, soprattutto nella sociologia di stampo francese.
Ecco dunque dove si colloca la riflessione del Time, che parte assumendo la situazione della (meravigliosa) cattedrale francese di Chartres, ancor oggi assai frequentata dai turisti e dagli appassionati dell’arte, ma ormai utilizzata a fini di culto da un numero scarso di fedeli: qualche dozzina nei giorni feriali, suppergiù un migliaio nelle feste comandate. Un grafico accompagna il dossier con cifre per ogni paese europeo, con l’Italia forse un po’ penalizzata in quanto all’appartenenza religiosa (dove figura appena al 13° posto di una classifica che vede al comando Grecia, Polonia e Islanda), ma probabilmente sopravvalutata in quanto alla pratica religiosa (dove risaliamo fino al quarto rango, superati solo dalla stessa Polonia e dalle due Irlande).
I cinque rifugi...
Cinque sarebbero i luoghi nuovi nei quali si è rifugiato il vecchio Dio, a partire dal suo rintanarsi nel privato (una tesi non certo originale, peraltro), sul modello di una frase riportata da un’intervista: «La cosa più importante per me è tenere Dio nel mio cuore».
In seconda battuta, Dio si troverebbe oggi fra gli immigrati dal Sud al Nord del pianeta, tanto da far pensare - direi - ad un fattore eminentemente identitario: con un paio di casi esemplari, i cosiddetti extracomunitari musulmani e il complesso universo evangelicale, in gran crescita anche nel nostro paese.
Un terzo sito - secondo il settimanale - è poi quello di un Dio «user friendly», di facile impiego e pronto uso, una caratterizzazione che di solito viene attribuita ai movimenti del risveglio religioso: contro la burocrazia, l’irrilevanza esistenziale, il carattere obsoleto di troppa predicazione, il loro obiettivo è di coinvolgere il più possibile nel loro intimo i fedeli [2].
II quarto ambito è quello del mondo giovanile: «Dio è in mezzo ai giovani», come titola il paragrafo, riprendendo - fra i molti qui adattabili - i casi dei raduni della comunità di Taizè, le «Giornate mondiali della gioventù» volute da Giovanni Paolo II, che hanno portato milioni di ragazzi a Parigi, Roma e Manila (per ricordare solo gli ultimi eventi), e il «Kirchentag» ecumenico di Berlino, dove c’erano oltre 100.000 under 30. Ma si sarebbero potuti richiamare, parimenti, le Assemblee europee - anch’esse ecumeniche - di Basilea ‘89 e Graz ‘97, o la stessa stipula della Charta oecumenica (Strasburgo 2001), dove i giovani furono appositamente convocati a dire la loro, aprendo piste innovative in vista del tema, così cruciale, della trasmissione generazionale.
Infine, Dio lo troveremmo fra gli ambienti della cultura alternativa, dalle femministe fino agli appassionati della cosiddetta «nuova spiritualità».
Il cambiamento
Che dire? L’analisi, alla fine, risulta indubbiamente stimolante, pur se da prendere con le molle: ma anche senza eccessive chiusure, per l’occasione che offre di confrontarsi con la cifra del cambiamento (stimolante, e difficile da negare, in ogni caso). Il commento più equilibrato, infatti, mi sembra quello che Time attribuisce al cardinale Gottfried Danneels, arcivescovo di Bruxelles e Malines, che dichiara con una sentenza di rara efficacia: La chiesa ha bisogno di entrare nella cultura moderna e di conoscere maggiormente la cultura moderna: ma sarebbe un errore pensare che noi dovremmo cercare di attirare più persone annacquando il nostro messaggio... E già Tillard, nel testo sopra citato, concludeva la propria lettura in termini più realistici che pessimistici, profetizzando che, se si dà una certezza nella crisi odierna del cristianesimo, è che questa generazione appare l’ultima testimone di una certa modalità di essere cristiani. Ammettendo implicitamente che il cristianesimo non è destinato a scomparire, ma piuttosto a cambiare: e a cambiare in meglio, se i cristiani saranno disposti ad essere protagonisti del cambiamento, più che semplici e preoccupati spettatori.
Se i cristiani sono chiamati a riflettere su questa analisi, lo sono anche i pensatori e gli studiosi dei fenomeni sociali. Troppe volte Dio e la religione sono stati dati per spacciati, per poi ricomparire sotto altri cieli e secondo nuove modalità. Farà pur pensare un Dio che non si decide a scomparire e che non obbedisce a nessuna profezia nefasta nei suoi confronti...


[1] Salvarani, B., «Dove se n’è andato Dio?», in Settimana 23 (2003), 14.
[2] Fra gli esempi riportati, il reportage riserva un vistoso spazio ai «Corsi Alpha», sorti a Londra in ambiente anglicano e ora reperibili un po’ dappertutto (non in Italia, però) allo scopo di accogliere cristiani e post‑cristiani di qualsiasi appartenenza: se ne terrebbero oltre 24.000, attualmente, in giro per il mondo. Con una quindicina di appuntamenti di carattere conviviale, i corsi tendono esplicitamente ad agganciare quanti cercano «un’occasione per esplorare la fede cristiana».
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