Riflettiamo - Dott. Giuliano Franzan

Dott. Giuliano Franzan
Teologo - Psicologo - Sessuologo
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Riflettiamo

Il perdono...

Un interessante studio sul legame esistente tra perdono e religione è quello di Rokeach (1969), che evidenzia le differenze nel valore attribuito al perdono nei vari orientamenti religiosi. In una scala da 0 a 18 i cattolici e i protestanti lo collocano al quarto posto, gli ebrei al quindicesimo e gli atei al sedicesimo. In generale tutti gli studi compiuti su questo legame evidenziano che i cristiani valutano il perdono ai primi posti nella loro scala di valori.
È interessante osservare come le persone che più praticano spiritualità o sono ispirate da un credo religioso mostrano una maggiore attitudine e motivazione al perdono, utilizzandolo come reazione alle offese e presentando valori nettamente inferiori di ostilità[1]. Tanto più è elevato il valore che si attribuisce al perdono e tanto più gli individui saranno propensi a concederlo. Tuttavia, come vedremo più avanti, le ragioni per perdonare non sono solo connesse al proprio credo religioso o alla propria attitudine spirituale, ma sono anche relative alla propria salute psicofisica e al proprio benessere personale.
Da un ambito esclusivamente religioso e filosofico il perdono è gradualmente entrato nella dimensione della psicologia e della psicoterapia, spoglio delle sue implicazioni spirituali e morali, ma incentrato sul benessere ed equilibrio della persona. L'interesse scientifico per il perdono si sviluppa negli anni Ottanta, grazie al teologo Lewis Smedes, che nel suo libro Forgive and Forget: healing the hurts we don't deserve sostiene la tesi secondo cui il perdono indurrebbe dei benefici psicofisici. La ricerca viene colta soprattutto dalla psicoterapia che elabora e applica i suoi modelli ai traumi irrisolti, alla depressione e alla gestione di emozioni come rabbia, collera e desiderio di vendetta. Dai primi studi ai giorni d'oggi il perdono ha assunto un ruolo sempre più importante e centrale nella psicologia perché permette di riequilibrare al contempo i due aspetti principali dell'individuo: i processi interni, o aspetti intrapsichici legati alla personalità (ristrutturare la realtà, immagine di sé, ridefinire se stessi, liberarsi dalla sofferenza ecc.) e i processi esterni: interpersonali, situazionali, sociali, culturali, religiosi e spirituali (ridefinire l'altro e le relazioni, cercare una riconciliazione con l'offensore, cercare la relazione con il divino o con se stessi). Il perdono diviene quindi il «luogo della ridefinizione dell'identità personale» e delle dinamiche interpersonali. In questo percorso evolutivo diviene significativa la capacità del processo del perdono di far cambiare gradualmente contesto e passare da un vissuto cui è stato attribuito un significato drammatico a una nuova dimensione, in cui l'accadimento assume un carattere formativo, costruttivo e funzionale alla crescita personale e al benessere individuale. La funzione fortemente liberatoria del perdono, quando il suo processo è compreso a fondo, è capace di cambiare profondamente la personalità, rinnovando le relazioni e portando la persona oltre il giudizio, in un contesto dove avviene l'accettazione reale della possibilità di sbagliare, propria e degli altri. Molti psicologi si sono resi conto che il perdono può essere compreso profondamente solo in un'ottica olistica e una sua definizione completa dovrebbe comprendere le componenti emotive, affettive, comportamentali, decisionali, motivazionali, ma anche quelle spirituali, religiose ed esistenziali[2].
Vi sono molteplici definizioni del perdono, messe a punto soprattutto a partire dagli anni Novanta: «Il perdono è il superamento degli affetti e dei giudizi negativi verso l'offensore, non perché la vittima si nega il diritto a tali sentimenti o giudizi, quanto piuttosto perché si sforza di considerare l'offensore con benevolenza, compassione e persino amore, pur riconoscendo che quest'ultimo non ne ha più diritto»[3].
«Il perdono è una scelta interna della vittima (inconscia o deliberata) di rinunciare al rancore e, se è possibile e prudente, cercare una riconciliazione con l'offensore»[4].
«Un processo interno, centrale per la psicoterapia, in cui la persona ingiuriata, senza la richiesta dell'altro abbandona i sentimenti negativi e smette di desiderare di restituire il danno; questo processo comporta benefici fisici, psicologici ed emotivi»[5].
«Il riaquistare padronanza su una situazione pericolosa, che ha generato una ferita»[6].
«Un atto volontario, una decisione, una scelta»[7].
«Un intervento terapeutico potente e un'esercitazione intellettuale dove il paziente prende la decisione di perdonare»[8].


[1] Gorsuch R.L. & Hao J.Y., Forgiveness: an exploratory factor analysis and its relationships to religious variables, in «Review of Religious Research», n. 34 (1993), pp. 333-347.
[2] Gorsuch R.L. & Hao J.Y., Forgiveness: an exploratory factor analysis and its relationships to religious variables, in «Review of Religious Research», n. 34 (1993), pp. 333-347.
[3] Enright  E.D. & the Human Development Study Group, Counseling within the forgiveness triad: om forgiving, receiving forgiveness, and self-forgiveness, in «Counseling and Values» n. 40 (1991), p. 126.
[4] Worthington E.L. Jr. & Wade N.G., The social psychology of unforgiveness and forgiveness and implications for clinical practice, in «Journal of Social and Clinical Psychology» n. 18 (1999), p. 386.
[5] Denton R.T. & Martin M.W., Defining forgiveness: An empirical exploration of process and role, in «American Journal of Family Therapy» n. 26 (1998), p. 290.
[6] Flanigan B., Forgiving the unforgivable, Macmillan, New York 1992.
[7] Hope D., The healing paradox of forgiveness, in «Psycotherapy» n. 24 (1987), pp.240-244.
[8] Fitzgibbons R.P., The cognitive and emotive use of forgiveness in the treatment of anger, in «Psychotherapy» n. 23 (1986), pp. 629-633.
 
 
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